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  Le donne elettriche
di Davide Gori

Piccola premessa:
il seguente articolo, come vi sembrerà evidente, è scritto da un membro della specie maschile e tratta del rapporto spesso conflittuale che intercorre tra la maggioranza del genere femminile e tutto quello che rientra nella sfera del tecnologico-meccanico. Nel corso della lettura potrà sfiorarvi il pensiero che l’autore cerchi di comunicarvi un'idea di indole maschilista; a questo pro voglio assicurare tutte le lettrici asserendo che, nonostante le apparenze, io parto da un profondo credo femminista, nutro anzi una passione sfrenata per le donne, senza le quali la mia vita sarebbe stata decisamente, incredibilmente, monotonamente più semplice.
(fine della piccola leccata preventiva)

Le donne. Ah, quale splendido e meraviglioso angelo poetico.
Immortalato nel corso di generazioni da versi rimati, prose sincere, statuari dipinti incapaci d’imprigionarne la trascendente bellezza.
A loro hanno votato la vita molti uomini, dai potenti sovrani ai più miseri rinnegati della società. Per ciascuno di loro la donna è stata sinonimo di dannazione, aspirazione, desiderio così forte da ridicolizzare l’istintiva paura della morte.
Dalle piane della mutabile Pangea fino all’oggi virtuale, ha luogo la ricerca delle ricerche, verso il tesoro più prezioso che oro e platino affossa nell’ombra. Eppure, proprio a causa del devastante potere che la femmina esercita sul suo pari, ella è stato oggetto nel tempo di repressioni, limitazioni, umiliazioni che purtroppo ancora oggi, in alcuni paleolitici paesi, rimangono odiosamente incise nei dettami sociali.
Non che nel resto del mondo sia tutto rose e fiorellini profumati: precluse ancora da particolari ruoli di comando, forse solo per bigotteria senile, le belle, brutte, intelligenti o sceme, denunciano in coro unanime quanto la loro scala in salita sia “molto più in salita” di quella maschile.
Procediamo quindi, mano per mano, verso un futuro incerto amando ed odiando chi più riteniamo necessario, forse troppo orgogliosi di ammettere quanto soli siamo al buio, di notte.

Ma nell’era della forma e dell’informazione che tutto svela e tutto commercia, possiamo ancora noi, mancati Torquemada, sostenere la nostra forza ed il nostro coraggio come pilastri che ci sorreggono al di sopra delle evidenti uguaglianze? La donna è realmente... ...realmente... ... dunque... (devo stare attento a non tirarmi la zappa sui piedi...) ..., ... realmente inferiore? (pessima scelta)

Un paio di secoli fa porsi un quesito del genere significava andare incontro a serie complicazioni: si veniva bruciati, impalati, impiccati, sculacciati (alcuni ci prendevano gusto), si veniva messi in condizione di rinnegare l’uguaglianza del sesso debole, il quale subiva le stesse cose per molto meno.
Oggi se ti fai araldo del femminismo passi per tre fasi, non di tortura ma di una cosa che le si avvicina: prima ti prendono per uno che vuole fare il furbo, che cerca di agganciare qualche donna fingendosi “diverso” dagli altri; se insisti ti prendono seriamente per un “diverso” e gli amici cominciano a scansarti; quando riveli che gli attributi li hai ancora e le tue intenzioni sono sincere allora compi il salto qualitativo, con donne che ti rispettano e ti amano, uomini che cercano maldestramente di imitarti e solo i pochi bigotti rimasti commentano laconicamente la tua crociata.
In realtà tu sei ancora un maschilista DOC e hai fatto tutta questa pantomima per farti la morosa nuova e, se ti capita l’aggancio giusto, ci metti circa 2 giorni a smettere i panni del paladino senza macchia e rivestire il comodo ruolo di “rutto-man”, volgare, disordinato, petomane, sbrigativo e straordinariamente a tuo agio con la tecnologia che ti circonda.
Si perché, alla fin fine, non vuol dire essere sessisti quando si afferma che le donne con le macchine, da quelle a quattro ruote fino a quelle con lo schermo, non hanno proprio colpa. Significa semplicemente essere sinceri.
Esempio pratico: ogni ragazza sotto i 25 che ho incontrato in vita mia, a conoscenza della mia affinità con il “tasto”, non aveva la benché minima idea di come si facesse ad accendere un computer. Non scherzo. Ridacchiavano, facevano un po’ le fusa e ti buttavano la domanda lì, come se ti avessero chiesto che tipo di musica ascolti.
“Ma scusa, tu non fai l’illustratrice e lavori sui Mac?” le domando io credendo che mi pigliasse per il culo.
“Si, ma quando arrivo alla mattina lo trovo sempre acceso. Poi fammi vedere come si fa a spegnere che mi hanno detto che nei Mac non si usa il pulsante.”
Eh già, maledetto pulsante.
Attenzione, voglio precisare fin da ora: con questo non è mia intenzione sottintendere che la mia amica o le altre donne-elettriche non siano capaci di produrre utilizzando il computer. Anzi, solitamente sono pure brave, grafiche incallite capaci di realizzare scontorni certosini, contabili che scorrono da un programma all’altro seguendoti la tua partita doppia e lo scarico ed il carico di magazzino; altre ancora programmano interi database SQL nell’arco di poche ore, cose che un uomo ci metterebbe una settimana come minimo (anche perché passa il 70% della sua giornata alla macchinetta del caffè). Ogni tipo di attività che richiede meticolosità, precisione e dedizione le vede decisamente muoversi con disinvoltura, surclassando gli Adamo che, colpiti nel punto dell’orgoglio, ripiegano con le discriminazioni.

Ad una condizione però, care le mie sorelline: ogni cosa deve andare per il verso giusto; la macchina deve essere installata e funzionante al 100%. I fogli di carta nella stampante devono essere già stati smossi e ben allineati nel cassettino, il fermo che definisce il formato non deve trovarsi in posizioni alternative a quella che serve a loro. Già perché in caso contrario il panico si disegna sugli occhi, deforma volti e causa disorientamento e sintomi da eletrocuzione.

Ancora un’altro esempio:
mi chiama un’amica, che lavora nel tessile (pessima scelta lavorativa): “Ciao Dave, ti disturbo?” Il tono è pacato, sembra stanca oltre il normale. “Beh, a dire il vero sono un po’ incasinato ma se posso...”. Ero incredibilmente impegnato, indietro come sempre di ogni scadenza.
“Credo di avere rotto il computer.”
“...”
mugolii
“Dunque. Spiegami bene cosa è successo.”
“Niente. Io non ho fatto niente.”
Trak! Già scattato il senso di colpa che mette sulla difensiva.
“Spiegami tutto.” Io già comincio a spazientirmi.
“Stavo lavorando con Photoshop, stavo lavorando su un’immagine con il timbro, un’immagine “ (ira ira ira ira ira ma valle a far capire che lo strumento usato non centra un fico secco...ira ira ira) “che devo consegnare al corso per un esame. Ad un tratto il mouse ha smesso di lavorare ed è comparsa una finestrella bianca nel mezzo dello schermo.”
“E cosa c’era scritto nella finestrella?”
“Niente. Si muoveva un po’ ma non succedeva niente. Era tutto bloccato.”
“Beh, non mi sembra niente di grave. Una bomba. A me ne capita almeno una al giorno.”
“Una... cosa?”
“Una bomba.”
“Cosa vuol dire?”
E qui l’errore è mio, o meglio, di noi maschietti elettrici. In effetti, come succede con gli amici con cui vado a girare in skate, è facile per il disinvolto cavernicolo crearsi ed adottare un linguaggio privato che in poco tempo è assimilato nella tribù, come o meglio dell’idioma nazionale.
Parli di lanci, di roll, di half o fai riferimenti a bombe, IP, DNS, drivers, ram quasi stessi parlando di chiodi e martello. Io non ci faccio più caso e nelle rare occasioni che mi vedono con gente profana, rimango spiazzato quasi non avessero capito le parole “pane”, “marmellata”, “pizza”. Non mi rendo conto d’essere io quello che adopera termini alieni al comune pubblico, termini che prenderanno piede presto o tardi ma che, al momento, hanno un suono troppo... nuovo.
“Beh, dai. Non ti preoccupare. Può succedere. Avrai perso il lavoro che stavi facendo. Ti è successo ancora dopo di quella?”
“Non lo so.”
“Eh?”
“Non lo so. Non ho più acceso il computer.”
“Beh, ma quando lo hai riavviato ti ha dato altri problemi?”
“Riavviato?”
“Si... cioè... quando lo hai... riavviato.”
“Mah. Era tutto bloccato. Io per spegnerlo vado su ‘altro’ ma non funzionava.”
“E quindi...?”
“Non si muoveva allora ho staccato la spina.”
“Ah.”
“Ho fatto male? Ho fatto qualcosa di grave?”
“ASSOLUTAMENTE NO! Hai fatto bene! Quando succede quel genere di cose è l’unica alternativa.”
“Allora posso riaccenderlo?”
“Si si, riaccendilo. Riattacca la spina e premi il pulsante. La spina, riattaccala prima.”
“Come?”
“Niente. Senti, ho la telefonata di un cliente, ti devo lasciare. Ciao.”

Cose di questo tipo, insomma.
Lei, la mia amica della spina, dannatamente brava a disegnare. Aveva imparato Flash nel giro di una settimana e non aveva fatto altro che tenersi a fianco il manuale per le procedure più articolate.
Casi isolati? Dite che ho amiche un po’ disastrate? Errato. Siate sincere ragazze e signore, forza. Di queste cose me ne capitano in continuazione ed ormai ho assunto una serena rassegnazione, tanto da trovare simpatiche le vostre febbricitanti problematiche. Di tutto altro stampo le telefonate d’assistenza da parte di uomini: meno rare ma non per questo meno dolorose. Forse peggiori.
Capita gente piena di soldi, con Titanium nuovi di pacca, massima configurazione possibile, tanta ram da non essere nemmeno supportata, un oggetto che io non riuscirei a far uscire di casa per paura dell’erosione naturale; se ne arrivano con la faccia frustrata e gli occhi pallati, scuotendo la testa perché con i loro 10 milioni, spesi solo per gestire quattro mail sfigate e spedire delle immagini da fotocamera, non riescono a completare una connessione in Internet, o perché non riescono a gestire il telefono come modem wireless. Vagli a spiegare che non tutti i telefoni funzionano o prevedono la connessione, vagli a spiegare che devono spendere altre cento carte per un maledetto cavo usb, vagli a spiegare che i raggi infrarossi non fanno le curve come i motorini e se vuole far andare quel maledetto accesso remoto le porte devono essere comunicanti.
E tutto, poi, solo per potersi collegare alle chat sex-oriented mentre sono in albergo!!!
In questo caso le donne sono meglio: con meno pulsioni sessuali autonome (dichiarate) vanno in Internet solo per reali necessità, provano un paio di volte con scarsi risultati, incapaci di fargli prendere la linea; sbuffano e maledicono i computer, duplicano per sbaglio tre o quattro cartelle sistema, spengono la macchina mentre inizia Harem e, nel riporre i portatili nelle valigie o sistemando le copertine antipolvere sui desktop, si accorgono che il cavo del telefono è rimasto collegato; beh, non serve, quindi lo staccano dalla presa Ethernet nel quale lo spinotto ci ballava il tango e domani mattina telefoneranno dicendo che la macchina è rotta.

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