| L'altro
giorno viene da me un cliente. Poca importanza ha capire chi sia,
e quale sia il suo aspetto. Almeno ai fini di questa avventura.
Si presenta di pomeriggio, in uno dei rari momenti in cui mi trovavo
dentro a lavorare nella speranza di recuperare gli ormai mostruosi
ritardi che affliggono il mio ruolo di creativo ir-responsabile.
Credo stessi completando una scansione dell'ennesima foto da inserire
in un sito, un progetto che seguiva lo stesso identico percorso
di tutti quei lavori sottopagati che decido di accettare per vincoli
d'amicizia: una progressiva ed inesorabile, esponenziale, crescita
volumetrica verso l'infinito. La mia capacità di gestire
i rapporti interpersonali in quel momento era quindi parzialmente
compromessa, molto poco disposto a dilungarmi in chiacchiere futili
e dispersive come mia abitudine nei giorni di sole. Lo scanner
con il suo pizzicante rumore illuminava e leggeva e, con televisore
spento e radio rotta, era l'unico rumore a riempire gli spazi,
fino a che una breve serie di sordi battiti si intromette.
Percepisco in parte la novità del momento ed attendo; lo
scanner si zittisce, pago del suo lavoro.
Altri colpi risuonano. Assomigliano tanto ad un bussare incerto
e timoroso. Un bussare sbagliato.
Il mio umore, se prima era mal disposto, ora precipita verso la
laguna dell'intolleranza.
Spiegazione: allo studio si accede mediante una porta in vetro,
parte di una delle due vetrine che si affacciano ad una delle
principali strade della città. L'aspetto leggero e discreto,
quasi simmetrico del luogo comporta una leggerezza di dettagli
atti ad identificare il luogo (una piccola e distinta targa in
acciaio satinato poco scritta) e nessuna cassetta delle lettere
a strabordare verso l'esterno così come nessun rozzo ed
invasivo campanello a rompere l'armonia. Un piccolo bottone trasparente,
sopra una scatoletta nera, capace di innescare un nervoso trillo
in ogni locale interno, trova posto esattamente accanto all'ingresso
in una posizione a mio parere estremamente visibile. Ogni persona
dotata del normale senso di osservazione distribuito al momento
della nascita é in grado di vederlo, in quanto non nascosto
o parzialmente mimetizzato. Visibile.
Nell'arco degli ultimi sei anni é stato usato ed ignorato,
forse più ignorato.
Altre persone avrebbero optato per una più estesa alternativa,
visibile dalle sonde che cominciano ad occupare i posti macchina
di Marte e facilmente utilizzabile anche da disabili videolesi.
Una cosciente modifica atta a migliorare l'accessibilità
del loco e facilitare la comunicazione iniziale con la clientela.
Una scelta che in teoria non dovrebbe comportare neanche un secondo
di ragionamento.
Allo stato attuale il campanello é rimasto lo stesso e
così sarà nei giorni a venire.
Perché?
Semplice. Il campanello ha ricoperto un ruolo importante nella
comprensione del cliente da parte nostra nel momento del primo
approccio personale: coloro i quali si sono dimostrati in grado
di vederlo ed adoprarlo nel corretto modo si sono rivelati i più
furbi, capaci di personale ragionamento e quelli che alla fine
hanno creato meno problemi in ogni senso e situazione. Il cliente
perfetto. O quasi. Di contro, tutti coloro che nella storia dello
studio, ignari del dispositivo alla prossima sinistra del loro
campo visivo, hanno deciso di annunciarsi con una bussata stentorea
(la maggior parte purtroppo) hanno dato prova di una negativa
predisposizione alla tecnologia, alla semplicità, alla
creatività di pensiero ed azione nonché a rispettare
i pagamenti.
In genere queste persone le faccio pagare prima.
Ecco in sostanza il motivo del mio anticipato e negativo cambiamento
d'umore, conscio fin dall'udire il suo bussare che in quel momento
di avviata intolleranza non avrei avuto vita facile e, onde evitare
la perdita di un possibile lavoro, mi sarei dovuto cucire la bocca
armandomi di abbondante pazienza.
Attraverso lo studio in direzione del museo del Mac allestito
nell'ingresso, arrivando in vista della porta e di un signore
che, ripeto, non necessariamente dobbiamo descrivere visivamente.
Si fosse trattato anche di Aristotele Onassis, dalla bussata lo
avrei giudicato un coglione. Nell'avvicinarmi all'ingresso per
aprirgli eccolo salutarmi e farmi gesti, quasi ci trovassimo circondati
da decine di persone ed io rischiassi di non vederlo. Ovvio che
l'ho visto: é l'unico essere presente premuto contro la
porta intento a spingerla e tirarla, immaginando forse che, sebbene
chiusa, ci sia un segreto modo per aprirla così come accade
nei tabacchi e nei negozi di intimo.
Gli apro e lui, indeciso, rimane sulla soglia.
"Salve" gli dico. Mi dispongo in modo gentile ed accomodante.
"Si. Salve". la sua risposta é incerta, forse
crede di avermi disturbato. Ha ragione.
Niente. Più niente. In genere se io suono ad una porta,
privato o azienda che sia, la prima cosa che faccio é presentarmi
accodando il motivo della mia visita e l'eventuale persona o cosa
che cerco. Lui niente. Lui e tutti gli altri come lui. Niente.
"Posso esserle utile?"
"Si... ecco... lei vende computer?"
Dunque. Dovete sapere che l'ingresso dello studio, parte di una
vetrina che mostra al passaggio cittadino modelli di iMac multicolore
e scatole di software delle principali marche internazionali,
consente l'accesso al museo del Mac, sostanzialmente un negozio
di consulenza, vendita ed assistenza tecnica per Apple visto in
maniera differente dal solito ambiente impersonale.
E' perciò molto, molto difficile confondere l'argomento
trattato dalla struttura, di solito travisato solo da uno o due
vecchi di passaggio che scambiano gli iMac per televisori molto
compatti.
All'interno, una serie di Mac vecchio modello, in parte acquistati
da clienti come usato dismesso, in parte gentilmente donati o
prestati da amici e collaboratori, tutti disposti in rigoroso
ordine cronologico, rendono a nostro avviso l'immagine di un luogo
carico di sapienza, più alla ricerca della conoscenza e
della sicurezza tecnologica che al puro scambio di servizi e soldi.
Pochi di noi in VS hanno la capacità di trattare con freddezza
e distacco la clientela ed i fornitori ed a lungo andare anche
questi pochi "professionali" elementi cedono alla più
stretta relazione informale, schietta al punto di risolvere molti
contrasti e fraintendimenti iniziali che in altre aziende ho visto
causare la rottura di molti legami fruttuosi.
L'esperienza ha portato anche a selezionare la stessa clientela
in base a questo principio: i clienti incapaci di stabilire un
contatto umano che trascende la stretta di mano milanese non sono
bene accetti. Il tempo ci ha dato ragione.
Non che i problemi siano spariti del tutto.
Infatti quella parte di avventori che si identificano con la "bussata"
non impiegano molto a diventare una frustrazione sotto gli aspetti
più impensabili. C'è chi si presenta chiedendo se
è possibile crackare il sito della DreamWorks per mettere
dentro i propri lavori e sperare di essere assunto dalla major
hollywoodiana; altri che offrono servizi di telefonia a costi
bassissimi, quando per primi ammettono che il risparmio è
basso dato che il peso della bolletta è tutto nelle tasse
di Telecom che rimane l'operatore principale; ultimi ma non per
numero, gli indecisi.
Cominciamo ad arrivare al vero problema che ha generato questo
sfogo.
Di nuovo al signore di prima, lo invito ad entrare, forse più
per poter chiudere la porta ed evitare il freddo esterno.
Muove i primi passi con fare sempre circospetto, quasi creda di
essere entrato in casa di un privato anziché un negozio.
Lo ammetto, siamo lontani dalla sala d'aspetto in tono grigio
con riviste arretrate, presieduta dalla scimmietta di turno e
l'impressione di tante persone al lavoro. Noi non abbiamo tutte
queste menate: qui si fa sul serio. (eheheh che frase fica...
sembra quasi seria!)
Orbene, l'esperienza mi fa capire lo stato d'animo dell'avventore
come se leggessi un opuscolo di cucina e per metterlo più
a suo agio gli spiego dove si trova: "noi siamo un'azienda
specializzata nella consulenza, vendita ed assistenza bla bla
bla". Giusto per evitare fin da subito che mi chieda un quarto
di manzo e delle scaloppine.
In breve arriviamo al dunque e mi dice che vuole comprare un Mac.
Incredibile, sa cos'è! Lo sa perché ne ha già
uno in casa e al lavoro, ha sempre lavorato con il Mac e non vuole
cambiare, si trova benissimo, ci fa tutto, eccetera.
Tutto cosa mi chiedo io? E' un po' generico: fatture, grafica,
pittura, composizione musicale, stampa, giochi e giochini, porno?
Lascio perdere l'approfondimento ed assecondo il suo presunto
amore per la Mela, cercando allo stesso tempo di dissimulare la
noia con una molto professionale espressione di interesse, il
tutto pregando che arrivi presto al dunque.
"Eh, io vorrei comprare un computer nuovo. Ho visto gli "I"Mac,
quelli bianchi con lo schermo piatto."
Sembra andare meglio del previsto. Sa già del prodotto,
non lo sa pronunciare ma lo conosce e lo ha visto. Forse ha già
sentito qualche altro rivenditore e conosce il prezzo. E' pronto
per affrontare la spesa, penso io.
Errato.
Mi chiede quanto costa e quando mostro i prezzi ufficiali di Apple
sembra fare un sobbalzo. Rimane deluso. Come può un computer
costare così tanto? Non parla ma i suoi occhi sono eloquenti.
Già mi immagino il proseguo: si congeda, magari chiedendo
se ne ho uno in negozio da vedere oppure quali forme di pagamento
si possono gestire, se può attaccarci una stampante a colori.
Cose così.
Invece insiste, approfondisce il discorso.
"E un G4?"
Pardon? Rimango perplesso. Forse ho capito male.
"Un G4?" ripeto io come un pappagallo. Sono a caccia
di certezze e devo capire.
Che cosa intende? Che cosa vuole? Parla del processore o del Powermac
G4? Il processore già c'è nell'iMac e forse lui
non lo sa (poco importa che per tutto il tempo io abbia usato
il termine "iMacG4"). Si, dev'essere così. Un
piccolo fraintendimento tecnico: gli avranno detto che il processore
G4 è ottimo per ogni tipo di lavorazione e che non deve
accontentarsi di meno. Ovvio. Anche perché il Powermac,
il G5, costa dalle due alle tre volte tanto l'iMac e se il prezzo
del fratellino piccolo lo aveva spaventato, figuriamoci l'ultimo
arrivato che in più pecca del monitor, spesa da aggiungere
al salasso della CPU.
Niente problema quindi. Spiego che il processore G4 è già
presente nell'iMac e che permette di gestire lavori molteplici
anche a livello professionale. Giusto per dovere di cronaca aggiungo
che quello che prima era chiamato G4 è il Powermac G5,
una macchina diversa specifica per il settore professionale.
"Si, ecco, il Powermac. Che cosa fa?"
Cosa? Che cosa fa, COSA? Mi chiede se fa il caffè? Se va
da solo a fare la spesa?
Comincio ad impallidire ed a sudare freddo. Sento che sto perdendo
tempo e che il campanello aveva ragione.
Ho un milione di altre cose da sbrigare, un milione di ritardi
da recuperare schivando con maestria gli insulti dei clienti veri
ma, obiettivamente, anche se non avessi un cazzo d'altro da fare,
tutto sarebbe meglio di questa tortura.
Ripeto la tiritera della macchina professionale, aggiungendo sul
piatto la posta dei filmati digitali, di immagini e suoni elaborati
ad alta qualità, di tempi di elaborazione e masterizzazione
DVD. Non riesco a trattenere il naturale entusiasmo che sorge
in me riconsiderando quanto è possibile fare con questa
macchina, lavorazioni che solo dieci anni fa rimanevano di stretta
competenza di pochi e grandi studi professionali. Ora basta una
sola macchina per curare tutta la fase di postproduzione di un
intero filmato, fino ad arrivare al disco laser.
Ed è inevitabile che nella declamazione di questa poesia
io non cerchi nel mio interlocutore uno sguardo complice, ugualmente
rapito da ciò che potrebbe lui stesso realizzare. E' solo
questione di fantasia, di immaginazione e spirito creativo. La
macchina ora ti può veramente aiutare.
Ma il nostro uomo ha lo sguardo vacuo. Non mi segue. Non mostra
cenno vitale. Forse non è neanche più lì
e quella che vedo è solo un'immagine residua. Sconsolato
lascio cadere il discorso. Altro tempo andato.
Eppure qualche cosa il mio soliloquio ha generato: si muove, è
nuovamente animato di vita propria e mi guarda.
"Ecco. E quanto costa?"
Omettiamo la cifra; se state leggendo queste righe, al 90% siete
utenti Mac e sapete il costo di un Power, che già avete
o già desiderate. Omettiamo la cifra perché non
centra, non importa quanto costoso o vantaggioso sia un simile
acquisto. Non strabuzza più neanche gli occhi perché
ha in serbo una stoccata ben più mortale.
"Ah, no no no", cantilena mettendo le mani avanti quasi
gli avessi intimato l'obbligo dell'oneroso acquisto, "ecco,
io non ho queste esigenze. Non devo fare niente di speciale..."
Botta. E' proprio una botta mortale per me sentire queste cose.
Sentire un essere umano pronunciare parole cariche di tanto disinteresse
per se stessi, così prive di ogni minimo istinto di crescita,
curiosità, voglia di creare e stupirsi, causa un profondo
senso di disillusione, un vuoto che inghiotte il presente e di
conseguenza anche il futuro di un genere che ha eletto Mike Buongiorno
quale padre della televisione ed il Grande Fratello la novità
socio-culturale più controversa e piccante del nuovo millennio.
Ritorno a me, ai miei ricordi di bambino, affascinato da eroi
disegnati in Giappone che combattono ripetitivi mostri alieni
sempre con rinnovato coraggio e spirito di abnegazione. Rischiavano
la vita in virtù di un futuro di speranza e comprensione,
un futuro di crescita dove la tecnologia serve l'uomo e lo aiuta
nei suoi compiti ma non riempie i suoi vuoti, non colma gli spazi
creati dalle paure del contatto umano anzi, accorcia le distanze
ed offre più e più modi di esprimere ogni sentimento,
anche quelli informi.
Guardo l'avventore, o la sua ombra perché tale adesso mi
sembra; un simulacro d'uomo che solo per caso ha un computer come
il mio e solo per caso è capitato alla mia porta. Per lui
la qualità dell'arte è spiegata dai prezzi dei quadri
e per lui un dipinto ed un graffito sul muro sono due cose completamente
diverse.
Ogni acquisto è dettato in primo luogo dal prezzo da pagare
e la qualità viene sempre dopo; ogni spesa deve essere
fatta solo se strettamente necessaria: il superfluo è per
chi non ha il valore del soldo.
Così facendo il denaro subordina tutto, anche lo spirito
creativo che trova posto solo se sfamarlo costa poco e se c'è
tempo.
Però in questi giorni il tempo sembra sempre meno e quello
che c'è va dedicato al lavoro, alle cose importanti, concrete.
Ecco perché questi esseri tanto temono la morte: esiste
forse un'avventura più ignota e grandiosa di essa?
Ricordo che i primi anni di scuola superiore il tempo, che sempre
era stato la mia ricchezza, cominciava a diminuire così
come gli impegni di studio crescevano; quello che sembrava facile
ed immediato all'improvviso rivelava una natura densa di problemi
e concetti da smontare e memorizzare; eppure rimanevo fino alle
tre di mattina davanti allo schermo del mio Amiga 500, intento
a colorare pixel giganteschi in un programma chiamato Deluxe Paint,
mio primo laboratorio di creatività.
In quello spazio tutto nero e poco invitante portavo alla luce
disegni dalla forma indecifrabile, via via trasformati in astronavi,
armamenti, robot dall'aspetto incerto eppure elaborati fino al
capello (di latta). Ed ancora fotografie, le prime digitali che
circolavano in dischetti inaffidabili venduti nelle edicole di
fronte alla scuola. Io prendevo quelle forme sgranate in punti
e le tagliavo ricucendole tra loro, rimanendo estasiato dalla
semplicità di quel "Taglia-Copia-Incolla" che
in un istante offriva molteplici soluzioni che carta e matita,
sebbene con il loro fascino del concreto, non concedevano.
Gli anni passati in quelle ore al lume di lampada da comodino
mi hanno condotto verso una strada di creatività che, nonostante
grattacapi ed invereconde maledizioni, continua a darmi modo di
cambiare, crescere ed alterare ciò che sono, sento e porto
alla luce. Mai una volta ho rimpianto il sonno perso in quelle
notti e non credo che mai lo farò poiché a loro
attribuisco un valore così grande che nessuna moneta potrà
equiparare. Poco importava se il giorno dopo avrei dovuto affrontare
le lezioni con solo quattro ore di sonno. Non ero in errore.
Ecco il perché dei miei dubbi quando realizzo d'essere
circondato da involucri di carne e niente più, sofisticati
meccanismi biologici che aspettano l'arrivo dell'inevitabile fine
sperando, pregando di incontrare meno problemi e novità
possibili.
Cosa c'è di peggio che sottovalutare il valore della propria
creatività?
Volete sapere come è finita con quel cliente?
Come al solito. Dopo aver ripetuto più volte che non ha
grandi esigenze, che non deve fare nulla di speciale con quello
strumento, ripiega su ciò che riesce a comprendere: il
costo. Arriva quindi all'eMac, una macchina per bimbi neanche
troppo grandi, splendida è vero ma scelta non per le sue
capacità bensì perché la meno costosa, la
prima fra tutte che permette di navigare in rete. Se il rotolo
da cesso avesse un buco per la presa del telefono si venderebbero
meno della metà dei PC nel mondo ora e tutti avrebbero
più tempo da passare sulla tazza.
Il trionfo avviene in chiusura, quando immancabilmente avviene
la richiesta di uno sconto. Rimane scontento nel vedersi negato
il dovuto e meritato "regalo" di un prezzo per lui e
già lo vedo pensare a quali altri rivenditori non ha ancora
fatto visita.
Richiudo la porta alle sue spalle ed il mio sorriso, smagliante,
affabile e disponibile si stacca con il suono del velcro e torna
nella sua custodia dentro il cassetto della scrivania. L'orologio
dice che ho perso più di un'ora di vita, un'ora di musica,
di buona televisione (quella porno), di chiacchiere con gli amici,
di baci con una donna che amo.
Questa storia si è ripetuta tante volte e cambia poco:
si tratti di un ricco industriale o di un operoso manovale. Non
importa la cultura e non importa il suo portafoglio. L'appagamento
che ho provato nell'incontrare altre anime gemelle capaci di vedere
oltre la plastica, in grado di capire che nessun secondo di vita
è perso se vissuto con la fantasia, siano essi clienti
o amici, è una ricchezza di cui sono avido.
Mi ritengo fortunato: l'ambiente nel quale lavoro è ricco
di queste "visionarie" persone e tutti assieme ci sentiamo
un po' speciali, capaci di osservare il resto del mondo da una
parziale distanza.
E forse, con il tempo, ci sentiamo anche meno soli.
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