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  Il valore di se stessi
di Davide Gori

L'altro giorno viene da me un cliente. Poca importanza ha capire chi sia, e quale sia il suo aspetto. Almeno ai fini di questa avventura.

Si presenta di pomeriggio, in uno dei rari momenti in cui mi trovavo dentro a lavorare nella speranza di recuperare gli ormai mostruosi ritardi che affliggono il mio ruolo di creativo ir-responsabile.
Credo stessi completando una scansione dell'ennesima foto da inserire in un sito, un progetto che seguiva lo stesso identico percorso di tutti quei lavori sottopagati che decido di accettare per vincoli d'amicizia: una progressiva ed inesorabile, esponenziale, crescita volumetrica verso l'infinito. La mia capacità di gestire i rapporti interpersonali in quel momento era quindi parzialmente compromessa, molto poco disposto a dilungarmi in chiacchiere futili e dispersive come mia abitudine nei giorni di sole. Lo scanner con il suo pizzicante rumore illuminava e leggeva e, con televisore spento e radio rotta, era l'unico rumore a riempire gli spazi, fino a che una breve serie di sordi battiti si intromette.
Percepisco in parte la novità del momento ed attendo; lo scanner si zittisce, pago del suo lavoro.
Altri colpi risuonano. Assomigliano tanto ad un bussare incerto e timoroso. Un bussare sbagliato.
Il mio umore, se prima era mal disposto, ora precipita verso la laguna dell'intolleranza.

Spiegazione: allo studio si accede mediante una porta in vetro, parte di una delle due vetrine che si affacciano ad una delle principali strade della città. L'aspetto leggero e discreto, quasi simmetrico del luogo comporta una leggerezza di dettagli atti ad identificare il luogo (una piccola e distinta targa in acciaio satinato poco scritta) e nessuna cassetta delle lettere a strabordare verso l'esterno così come nessun rozzo ed invasivo campanello a rompere l'armonia. Un piccolo bottone trasparente, sopra una scatoletta nera, capace di innescare un nervoso trillo in ogni locale interno, trova posto esattamente accanto all'ingresso in una posizione a mio parere estremamente visibile. Ogni persona dotata del normale senso di osservazione distribuito al momento della nascita é in grado di vederlo, in quanto non nascosto o parzialmente mimetizzato. Visibile.
Nell'arco degli ultimi sei anni é stato usato ed ignorato, forse più ignorato.
Altre persone avrebbero optato per una più estesa alternativa, visibile dalle sonde che cominciano ad occupare i posti macchina di Marte e facilmente utilizzabile anche da disabili videolesi. Una cosciente modifica atta a migliorare l'accessibilità del loco e facilitare la comunicazione iniziale con la clientela. Una scelta che in teoria non dovrebbe comportare neanche un secondo di ragionamento.
Allo stato attuale il campanello é rimasto lo stesso e così sarà nei giorni a venire.
Perché?
Semplice. Il campanello ha ricoperto un ruolo importante nella comprensione del cliente da parte nostra nel momento del primo approccio personale: coloro i quali si sono dimostrati in grado di vederlo ed adoprarlo nel corretto modo si sono rivelati i più furbi, capaci di personale ragionamento e quelli che alla fine hanno creato meno problemi in ogni senso e situazione. Il cliente perfetto. O quasi. Di contro, tutti coloro che nella storia dello studio, ignari del dispositivo alla prossima sinistra del loro campo visivo, hanno deciso di annunciarsi con una bussata stentorea (la maggior parte purtroppo) hanno dato prova di una negativa predisposizione alla tecnologia, alla semplicità, alla creatività di pensiero ed azione nonché a rispettare i pagamenti.
In genere queste persone le faccio pagare prima.

Ecco in sostanza il motivo del mio anticipato e negativo cambiamento d'umore, conscio fin dall'udire il suo bussare che in quel momento di avviata intolleranza non avrei avuto vita facile e, onde evitare la perdita di un possibile lavoro, mi sarei dovuto cucire la bocca armandomi di abbondante pazienza.
Attraverso lo studio in direzione del museo del Mac allestito nell'ingresso, arrivando in vista della porta e di un signore che, ripeto, non necessariamente dobbiamo descrivere visivamente. Si fosse trattato anche di Aristotele Onassis, dalla bussata lo avrei giudicato un coglione. Nell'avvicinarmi all'ingresso per aprirgli eccolo salutarmi e farmi gesti, quasi ci trovassimo circondati da decine di persone ed io rischiassi di non vederlo. Ovvio che l'ho visto: é l'unico essere presente premuto contro la porta intento a spingerla e tirarla, immaginando forse che, sebbene chiusa, ci sia un segreto modo per aprirla così come accade nei tabacchi e nei negozi di intimo.
Gli apro e lui, indeciso, rimane sulla soglia.
"Salve" gli dico. Mi dispongo in modo gentile ed accomodante.
"Si. Salve". la sua risposta é incerta, forse crede di avermi disturbato. Ha ragione.
Niente. Più niente. In genere se io suono ad una porta, privato o azienda che sia, la prima cosa che faccio é presentarmi accodando il motivo della mia visita e l'eventuale persona o cosa che cerco. Lui niente. Lui e tutti gli altri come lui. Niente.
"Posso esserle utile?"
"Si... ecco... lei vende computer?"

Dunque. Dovete sapere che l'ingresso dello studio, parte di una vetrina che mostra al passaggio cittadino modelli di iMac multicolore e scatole di software delle principali marche internazionali, consente l'accesso al museo del Mac, sostanzialmente un negozio di consulenza, vendita ed assistenza tecnica per Apple visto in maniera differente dal solito ambiente impersonale.
E' perciò molto, molto difficile confondere l'argomento trattato dalla struttura, di solito travisato solo da uno o due vecchi di passaggio che scambiano gli iMac per televisori molto compatti.
All'interno, una serie di Mac vecchio modello, in parte acquistati da clienti come usato dismesso, in parte gentilmente donati o prestati da amici e collaboratori, tutti disposti in rigoroso ordine cronologico, rendono a nostro avviso l'immagine di un luogo carico di sapienza, più alla ricerca della conoscenza e della sicurezza tecnologica che al puro scambio di servizi e soldi. Pochi di noi in VS hanno la capacità di trattare con freddezza e distacco la clientela ed i fornitori ed a lungo andare anche questi pochi "professionali" elementi cedono alla più stretta relazione informale, schietta al punto di risolvere molti contrasti e fraintendimenti iniziali che in altre aziende ho visto causare la rottura di molti legami fruttuosi.
L'esperienza ha portato anche a selezionare la stessa clientela in base a questo principio: i clienti incapaci di stabilire un contatto umano che trascende la stretta di mano milanese non sono bene accetti. Il tempo ci ha dato ragione.
Non che i problemi siano spariti del tutto.
Infatti quella parte di avventori che si identificano con la "bussata" non impiegano molto a diventare una frustrazione sotto gli aspetti più impensabili. C'è chi si presenta chiedendo se è possibile crackare il sito della DreamWorks per mettere dentro i propri lavori e sperare di essere assunto dalla major hollywoodiana; altri che offrono servizi di telefonia a costi bassissimi, quando per primi ammettono che il risparmio è basso dato che il peso della bolletta è tutto nelle tasse di Telecom che rimane l'operatore principale; ultimi ma non per numero, gli indecisi.
Cominciamo ad arrivare al vero problema che ha generato questo sfogo.

Di nuovo al signore di prima, lo invito ad entrare, forse più per poter chiudere la porta ed evitare il freddo esterno.
Muove i primi passi con fare sempre circospetto, quasi creda di essere entrato in casa di un privato anziché un negozio. Lo ammetto, siamo lontani dalla sala d'aspetto in tono grigio con riviste arretrate, presieduta dalla scimmietta di turno e l'impressione di tante persone al lavoro. Noi non abbiamo tutte queste menate: qui si fa sul serio. (eheheh che frase fica... sembra quasi seria!)
Orbene, l'esperienza mi fa capire lo stato d'animo dell'avventore come se leggessi un opuscolo di cucina e per metterlo più a suo agio gli spiego dove si trova: "noi siamo un'azienda specializzata nella consulenza, vendita ed assistenza bla bla bla". Giusto per evitare fin da subito che mi chieda un quarto di manzo e delle scaloppine.
In breve arriviamo al dunque e mi dice che vuole comprare un Mac. Incredibile, sa cos'è! Lo sa perché ne ha già uno in casa e al lavoro, ha sempre lavorato con il Mac e non vuole cambiare, si trova benissimo, ci fa tutto, eccetera.
Tutto cosa mi chiedo io? E' un po' generico: fatture, grafica, pittura, composizione musicale, stampa, giochi e giochini, porno?
Lascio perdere l'approfondimento ed assecondo il suo presunto amore per la Mela, cercando allo stesso tempo di dissimulare la noia con una molto professionale espressione di interesse, il tutto pregando che arrivi presto al dunque.
"Eh, io vorrei comprare un computer nuovo. Ho visto gli "I"Mac, quelli bianchi con lo schermo piatto."
Sembra andare meglio del previsto. Sa già del prodotto, non lo sa pronunciare ma lo conosce e lo ha visto. Forse ha già sentito qualche altro rivenditore e conosce il prezzo. E' pronto per affrontare la spesa, penso io.
Errato.
Mi chiede quanto costa e quando mostro i prezzi ufficiali di Apple sembra fare un sobbalzo. Rimane deluso. Come può un computer costare così tanto? Non parla ma i suoi occhi sono eloquenti.
Già mi immagino il proseguo: si congeda, magari chiedendo se ne ho uno in negozio da vedere oppure quali forme di pagamento si possono gestire, se può attaccarci una stampante a colori. Cose così.
Invece insiste, approfondisce il discorso.
"E un G4?"
Pardon? Rimango perplesso. Forse ho capito male.
"Un G4?" ripeto io come un pappagallo. Sono a caccia di certezze e devo capire.
Che cosa intende? Che cosa vuole? Parla del processore o del Powermac G4? Il processore già c'è nell'iMac e forse lui non lo sa (poco importa che per tutto il tempo io abbia usato il termine "iMacG4"). Si, dev'essere così. Un piccolo fraintendimento tecnico: gli avranno detto che il processore G4 è ottimo per ogni tipo di lavorazione e che non deve accontentarsi di meno. Ovvio. Anche perché il Powermac, il G5, costa dalle due alle tre volte tanto l'iMac e se il prezzo del fratellino piccolo lo aveva spaventato, figuriamoci l'ultimo arrivato che in più pecca del monitor, spesa da aggiungere al salasso della CPU.
Niente problema quindi. Spiego che il processore G4 è già presente nell'iMac e che permette di gestire lavori molteplici anche a livello professionale. Giusto per dovere di cronaca aggiungo che quello che prima era chiamato G4 è il Powermac G5, una macchina diversa specifica per il settore professionale.
"Si, ecco, il Powermac. Che cosa fa?"
Cosa? Che cosa fa, COSA? Mi chiede se fa il caffè? Se va da solo a fare la spesa?
Comincio ad impallidire ed a sudare freddo. Sento che sto perdendo tempo e che il campanello aveva ragione.

Ho un milione di altre cose da sbrigare, un milione di ritardi da recuperare schivando con maestria gli insulti dei clienti veri ma, obiettivamente, anche se non avessi un cazzo d'altro da fare, tutto sarebbe meglio di questa tortura.
Ripeto la tiritera della macchina professionale, aggiungendo sul piatto la posta dei filmati digitali, di immagini e suoni elaborati ad alta qualità, di tempi di elaborazione e masterizzazione DVD. Non riesco a trattenere il naturale entusiasmo che sorge in me riconsiderando quanto è possibile fare con questa macchina, lavorazioni che solo dieci anni fa rimanevano di stretta competenza di pochi e grandi studi professionali. Ora basta una sola macchina per curare tutta la fase di postproduzione di un intero filmato, fino ad arrivare al disco laser.
Ed è inevitabile che nella declamazione di questa poesia io non cerchi nel mio interlocutore uno sguardo complice, ugualmente rapito da ciò che potrebbe lui stesso realizzare. E' solo questione di fantasia, di immaginazione e spirito creativo. La macchina ora ti può veramente aiutare.
Ma il nostro uomo ha lo sguardo vacuo. Non mi segue. Non mostra cenno vitale. Forse non è neanche più lì e quella che vedo è solo un'immagine residua. Sconsolato lascio cadere il discorso. Altro tempo andato.
Eppure qualche cosa il mio soliloquio ha generato: si muove, è nuovamente animato di vita propria e mi guarda.
"Ecco. E quanto costa?"
Omettiamo la cifra; se state leggendo queste righe, al 90% siete utenti Mac e sapete il costo di un Power, che già avete o già desiderate. Omettiamo la cifra perché non centra, non importa quanto costoso o vantaggioso sia un simile acquisto. Non strabuzza più neanche gli occhi perché ha in serbo una stoccata ben più mortale.
"Ah, no no no", cantilena mettendo le mani avanti quasi gli avessi intimato l'obbligo dell'oneroso acquisto, "ecco, io non ho queste esigenze. Non devo fare niente di speciale..."
Botta. E' proprio una botta mortale per me sentire queste cose. Sentire un essere umano pronunciare parole cariche di tanto disinteresse per se stessi, così prive di ogni minimo istinto di crescita, curiosità, voglia di creare e stupirsi, causa un profondo senso di disillusione, un vuoto che inghiotte il presente e di conseguenza anche il futuro di un genere che ha eletto Mike Buongiorno quale padre della televisione ed il Grande Fratello la novità socio-culturale più controversa e piccante del nuovo millennio.

Ritorno a me, ai miei ricordi di bambino, affascinato da eroi disegnati in Giappone che combattono ripetitivi mostri alieni sempre con rinnovato coraggio e spirito di abnegazione. Rischiavano la vita in virtù di un futuro di speranza e comprensione, un futuro di crescita dove la tecnologia serve l'uomo e lo aiuta nei suoi compiti ma non riempie i suoi vuoti, non colma gli spazi creati dalle paure del contatto umano anzi, accorcia le distanze ed offre più e più modi di esprimere ogni sentimento, anche quelli informi.
Guardo l'avventore, o la sua ombra perché tale adesso mi sembra; un simulacro d'uomo che solo per caso ha un computer come il mio e solo per caso è capitato alla mia porta. Per lui la qualità dell'arte è spiegata dai prezzi dei quadri e per lui un dipinto ed un graffito sul muro sono due cose completamente diverse.
Ogni acquisto è dettato in primo luogo dal prezzo da pagare e la qualità viene sempre dopo; ogni spesa deve essere fatta solo se strettamente necessaria: il superfluo è per chi non ha il valore del soldo.
Così facendo il denaro subordina tutto, anche lo spirito creativo che trova posto solo se sfamarlo costa poco e se c'è tempo.
Però in questi giorni il tempo sembra sempre meno e quello che c'è va dedicato al lavoro, alle cose importanti, concrete.
Ecco perché questi esseri tanto temono la morte: esiste forse un'avventura più ignota e grandiosa di essa?

Ricordo che i primi anni di scuola superiore il tempo, che sempre era stato la mia ricchezza, cominciava a diminuire così come gli impegni di studio crescevano; quello che sembrava facile ed immediato all'improvviso rivelava una natura densa di problemi e concetti da smontare e memorizzare; eppure rimanevo fino alle tre di mattina davanti allo schermo del mio Amiga 500, intento a colorare pixel giganteschi in un programma chiamato Deluxe Paint, mio primo laboratorio di creatività.
In quello spazio tutto nero e poco invitante portavo alla luce disegni dalla forma indecifrabile, via via trasformati in astronavi, armamenti, robot dall'aspetto incerto eppure elaborati fino al capello (di latta). Ed ancora fotografie, le prime digitali che circolavano in dischetti inaffidabili venduti nelle edicole di fronte alla scuola. Io prendevo quelle forme sgranate in punti e le tagliavo ricucendole tra loro, rimanendo estasiato dalla semplicità di quel "Taglia-Copia-Incolla" che in un istante offriva molteplici soluzioni che carta e matita, sebbene con il loro fascino del concreto, non concedevano.
Gli anni passati in quelle ore al lume di lampada da comodino mi hanno condotto verso una strada di creatività che, nonostante grattacapi ed invereconde maledizioni, continua a darmi modo di cambiare, crescere ed alterare ciò che sono, sento e porto alla luce. Mai una volta ho rimpianto il sonno perso in quelle notti e non credo che mai lo farò poiché a loro attribuisco un valore così grande che nessuna moneta potrà equiparare. Poco importava se il giorno dopo avrei dovuto affrontare le lezioni con solo quattro ore di sonno. Non ero in errore.
Ecco il perché dei miei dubbi quando realizzo d'essere circondato da involucri di carne e niente più, sofisticati meccanismi biologici che aspettano l'arrivo dell'inevitabile fine sperando, pregando di incontrare meno problemi e novità possibili.
Cosa c'è di peggio che sottovalutare il valore della propria creatività?

Volete sapere come è finita con quel cliente?
Come al solito. Dopo aver ripetuto più volte che non ha grandi esigenze, che non deve fare nulla di speciale con quello strumento, ripiega su ciò che riesce a comprendere: il costo. Arriva quindi all'eMac, una macchina per bimbi neanche troppo grandi, splendida è vero ma scelta non per le sue capacità bensì perché la meno costosa, la prima fra tutte che permette di navigare in rete. Se il rotolo da cesso avesse un buco per la presa del telefono si venderebbero meno della metà dei PC nel mondo ora e tutti avrebbero più tempo da passare sulla tazza.
Il trionfo avviene in chiusura, quando immancabilmente avviene la richiesta di uno sconto. Rimane scontento nel vedersi negato il dovuto e meritato "regalo" di un prezzo per lui e già lo vedo pensare a quali altri rivenditori non ha ancora fatto visita.
Richiudo la porta alle sue spalle ed il mio sorriso, smagliante, affabile e disponibile si stacca con il suono del velcro e torna nella sua custodia dentro il cassetto della scrivania. L'orologio dice che ho perso più di un'ora di vita, un'ora di musica, di buona televisione (quella porno), di chiacchiere con gli amici, di baci con una donna che amo.
Questa storia si è ripetuta tante volte e cambia poco: si tratti di un ricco industriale o di un operoso manovale. Non importa la cultura e non importa il suo portafoglio. L'appagamento che ho provato nell'incontrare altre anime gemelle capaci di vedere oltre la plastica, in grado di capire che nessun secondo di vita è perso se vissuto con la fantasia, siano essi clienti o amici, è una ricchezza di cui sono avido.
Mi ritengo fortunato: l'ambiente nel quale lavoro è ricco di queste "visionarie" persone e tutti assieme ci sentiamo un po' speciali, capaci di osservare il resto del mondo da una parziale distanza.
E forse, con il tempo, ci sentiamo anche meno soli.

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